Custom selvaggio

Da qualche mese ogni volta che vedo per la città qualche vecchia moto, la fotografo.  Fotografo solo vecchie moto originali, come se fossero vecchietti che ancora si vestono con il cappottino e la giacca pied poule.  I loro tempi sono passati, ma loro restano fedeli a loro stessi, con il loro stile, meravigliosamente obsoleto.

Sono vecchie dominator Guzzi scomparse, Benelli mai state molto famose, BMW ormai rare perchè tutte trasformate in scrambler.

Ecco, facendo queste foto, ho riscoperto il rispetto per le vecchie linee, e vedendo le nuove creazioni di improbabili stilisti, ho riflettuto.

Queste code tagliate brutalmente, questi manubri stravolti, queste selle ad aringa affumicata piatte e scomode.

Rispetto i customzzatori, ma insomma, anche voi rispettate un po’ queste motorette.  E comunque resta una mia opinione.  Ho amato le trasformazioni per diversi anni, e io stesso ho trasformato le mie Harley e BMW.  ma adesso, poco per volta qualcosa ha fatto click.  nei miei occhi e nella mia testa.

La riscoperta del vecchio, di quello che era bello negli anni 80 e 90 , che so o gli anni più difficili come linee ed estetica.

Ecco, piano piano, ho riscoperto quelle vecchie linee e quell’aspetto plasticoso e d’antan.

E mi piace.

Il bello di amare le moto, è la libertà.  Anche di dire basta al custom selvagggio.

Buona strada

Mille modi di andare in moto

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Ci sono mille modi di andare in moto. Come piace agli amanti del custom e delle Harley di solito significa tanto asfalto, raduni, eventi. Lunghe gite domenicali, vacanze estive, e magari, perché no, anche qualche bella uscita invernale. Ma ci sono tanti altri modi di usare – e amare – la propria moto. Ok, direte, dipende dalla moto, in definitiva. Ed è vero: gli smanettoni sparano in autostrada e sulla Serravalle, piegano a fil di marciapiede laddove l’arlista raschia le pedane, impennano dove il mototurista sta in terza e sente la coppia del nostro motore che lo spinge con potenza proogressiva, ed è già un gran godimento. Ma c’è gente che, veramente, ha la moto nel sangue.

Ho avuto la fortuna di conoscere due motociclisti che hanno partecipato a diverse paris-dakar e rally raid tipo quello dei faraoni. Non sto a dirvi chi erano: uno è stato pilota ufficiale yamaha quando la Dakar si correva in africa, quella vera. L’altro ha corso la Dakar con i KTM, e poi sui camion, vincendone pure una. Ma entrambi hanno gareggiato le prime competizioni da soli, come privati, senza aiuti, preparando la loro moto con le loro mani. Quello che mi ha colpito è stato il loro amore per le due ruote. Ormai entrambi viaggiano verso i sessanta, ma ancora, si ritrovano il giovedi, nelle valli bergamasche, per la loro uscita in enduro. E vanno alla grande, credetemi.

Ebbene, con queste persone ho passato una giornata di sogni, rivivendo nelle loro parole tutto il pathos di un grande viaggio. La partenza, il freddo delle notti, le nebbioline del mattino, il caldo del deserto, la paura sentita nei racconti di chi aveva più esperienza, quando tu sei lì, al nastro di partenza e tutti ti sembrano più preparati di te. E poi l’adrenalina, il coraggio che metro dopo metro combatte con il buon senso. Mi hanno raccontato della Dakar, una gara che subito si traforma in un’impresa, dove immediatamente capisci che già arrivare in fondo sarà un risultato. E allora, tra quelli come loro – i peones, i fratelli minori, privati e in autosufficienza – si crea un sodalizio di cavalleresca amicizia, di sostegno e aiuto reciproco. Concorrenti che si fermano per aiutarti, che ti passano la loro benzina, che aspettano fino a quando il tuo motore bastardo decide finalmente di ripartire. E senza fare la Paris Dakar, questo è lo spirito dei motociclisti che mi emoziona e mi fa battere il cuore. L’aiuto, l’impegno per qualcuno che non hai mai visto ma che in quel momento ha bisogno di te. Se ho imparato qualcosa in tutti questi anni, è che il viaggio in moto è una piccola metafora della vita, che ti mette alla prova e ti fa capire chi sei. Perché in moto si capisce subito di che pasta sei fatto. E di che pasta sono fatti gli altri.

First Class Desert, in Harley

 

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Per una volta il deserto me lo sono goduto da signore, non come faccio di solito, spaccandomi in due la schiena e dormendo dove capita. L’occasione me l’ha data Harley Davidson con il press event a Dubai e Oman.  In test, tutta la gamma touring 2016: Electra Glide Ultra Classic, Road Glide Special, Road Glide Ultra, Ultra Limited Low, Street Glide Special, Softail e Road King Classic.

Immaginatevi il massimo della comodità, del lusso e della protezione dall’aria dinamica: ecco ci siete.

Parto con un Road Glide Special. Enorme a prima vista. Ma la sento subito mia equilibrio, stabilità, senso della curva.

Monta un motore twin cam103 da 1690 cc, due cilindri a V raffreddato ad aria. Lo spazio del cruscotto pieno di cosine: contagiri, voltmetro, contachilometri, navigatore, radio in un touch screen da sei pollici.

Parto timido ma ci sciogliamo subito.

Certo però che c’è un bel po’ di roba davanti. Roba da arlisti. La moto ronfa tranquilla sotto di me, e fa il suo lavoro. Gli ammortizzatori posteriori sono regolabili e le borse rigide che si aprono con una comoda levetta. Vediamo quanto sarà rimasto dentro il mio cuore, di tutti quegli anni passati su un 1340?

Le nuove Touring hanno il top: prese usb, controlli, radio, bluetooth, navigatore. Provo tutto. Pasticcio, curioso. Tutto funziona, la musica con quattro casse si sente bene ma preferisco il rumore dell’Harley. E qui c’è.

Viaggio liscio come l’olio.

Dopo un po’ mi libero del gruppone e sono finalmente solo e sento la spinta di questa moto.

Scalo, tiro le marce, in salita, terza piena, quarta, sento il freno motore, l’avantreno sbacchetta ma solo leggermente. Come tutte le touring la piega non è il suo forte, Cambio moto e prendo l’Electra Glide Ultra Classic e mi diverto ancora di più.

Il bat anteriore, che gira con il manubrio, ricco di strumenti, consente una guida libera e nonostante le dimensioni è molto maneggevole. Un suggerimento? Limerei un filo i supporti delle pedane.

Rispetto al Road Glide, l’Electra è meno imponente e la sensazione è di maggior controllo ma con la stessa protezione. La sella è ancora più comoda avvolgente e mi rilasso ancora di più.

Occhio a cammelli, pecore e asini, ogni animale ha il suo personalissimo modo di relazionarsi con l’asfalto. E bisogna sapere bene come gestirli.

Due parole sulle grandi Touring Harley: se non le avete mai provate, non potete sapere quanto sono maneggevoli. E’ vero, sono larghe e pesanti, certo, sterzano, si divincolano nel traffico, pennellano le curve, si piegano docilmente al movimento dei vostri fianchi. Le strade dell’asia sono lì, pronte per essere macinate chilometro dopo chilometro.

 

In OMAN on a Harley

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Mi mancava l’Oman, in effetti.  La mia vecchia 1340 Harley-Davidson Road King, mi ha portato in giro per il mondo tra Africa e Asia, per tanti anni, e da un po’ l’ho messa in pensione, in Cleba, con la batteria staccata e in bella mostra vicino alle altre nostre moto.

Ma le cose cambiano e le opportunità si ripresentano, ed eccome quindi in partenza per l’OMAN e DUBAI, dove andrò a provare una serie di nuove Harley Davidson, in particolare le Touring, di nuovissima generazione.

Sarà strano per me, ve lo dico già: le Harley hanno riempito la mia vita e i miei libri per tanti anni, ma erano moto diverse da quelle di oggi, e anch’io ero diverso.

Una sola cosa non è cambiata: l’amore per il viaggio e per la scoperta.  Ed è proprio di questo che vi parlerò mentre sarò nel deserto dell’OMAN, della sensazione, dell’emozione di essere alla guida di una moto in un luogo lontano, esotico e affascinante.

Enjoy the road e rimaniamo in contatto!

 

 

Cruising in Barcelona

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Ok, come si vede dalle foto, il meteo non è stato così clemente, ma ci ha pensato la nostra Ducati Scrambler Sixty2 con il suo vivace color mandarino (tangerine), a riportare l’allegria e il gusto di andare a zonzo in moto per le ramblas.

Moto urbana più che da viaggio, come apertamente dichiarato dalla casa, è davvero un mezzo con cui si fa subito amicizia, e che ti fa avvicinare a questo modo anche se magari non sei un motociclista esperto, facendoti divertire subito, senza bisogno di lunghi “annusamenti reciproci” per capire come prenderla.

Eh si, perchè la Scrambler Sixty2 con i suoi circa 40 cavalli per 400 cc, è una motina alla quale ci si affeziona subito.  Chiamarla entry-level è riduttivo perchè possedere una Sixty2 ti da qualcosa di più: ti fa entrare in un mondo fatto di accessori, abbigliamento, stile, perfetto per chi si avvicina alle due ruote ma anche per chi cerca una identificazione stilistica precisa: giovane, californiana, moderna. Con un brand italiano e di tutto rispetto. Lo studio che ci sta dietro è accurato e coerente e in un mondo dove lo stile è sempre più importante, bisogna fare i complimenti a Ducati.

Tecnicamente è ok: facile da guidare, un’ottima frenata sull’anteriore (meno sul posteriore, ma forse perchè io soffro l’ABS), comoda la seduta, manubrio largo e rilassante.

Strumentazione minimale e poco spazio per portare borse e oggetti (ma ci hanno confermato la possibilità di montare  borse da serbatoio, borse laterali e un supporto per portapacchi) e cavalleria un po’ tranquilla, compensata però da una erogazione molto lineare e senza strappi che probabilmente è quello che si cerca in una moto così.  Tutto però cambia da 5000 giri in su, zona dove anche la scramblerina si arrabbia e tira fuori i denti.

RP