La storia della vecchia moto bianca

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Ogni mattina porto Fiammetta a scuola, ha dieci anni e fa quinta elementare.

Nei trecento metri che ci separano dal cancello, chiacchieriamo di tante cose e osserviamo l’universo che si sveglia prima delle otto e mezza.

E’ incredibile quanti spunti e possono colpire la curiosità di una bimba che passeggia su un marciapiede, anche se in realtà lei ama riconoscere quello che già conosce e se avete un bambino, sapete che loro adorano la ripetitività, si rassicurano riconoscendo ciò che si aspettano.

Abitiamo in una grande città, ma ogni quartiere è un piccolo microcosmo a sé, specie se viene frequentato sempre alla stessa ora.

Ecco quindi i protagonisti della nostra mattina: c’è la ragazza filippina che porta la cagnolina Tea a fare il giretto e ci fa le feste, a metà strada c’è un papà gentile che ha già accompagnato la figlia nella nostra stessa scuola e che ci dice “buona giornata” (a noi serve anche come riferimento: se lo incontriamo troppo vicino ai giardini, vuol dire che siamo in ritardo e dobbiamo correre). Quando siamo quasi arrivati, incontriamo il giardiniere interista che lava il marciapiede di buona lena e cerca sempre di attaccar discorso sul calcio e sui rigori: il ritmo e l’entusiasmo della pulizia, dipendono unicamente dal risultato della partita dei nerazzurri. Io e Fiammetta però siamo milanisti e quando il giardiniere l’ha capito, il rapporto si è un po’ raffreddato. Poco male.

Incontriamo anche tante moto e la Fiammi inizia a riconoscerne qualcuna. Molti sono scooter, neri, metallizzati, anonimi e ingombranti. Fiammi dice sempre “queste non sono moto, sono scooter” e io le stringo la manina “Brava Fiammi, non facciamo confusione su queste cose importanti!” e lei ride: penso che lo faccia per me, ma va bene così, le ragazze sono incredibili anche quando hanno 10 anni.

Su un angolo della nostra via, c’è sempre parcheggiata una vecchia BMW R45 bianca degli anni 80.

Il proprietario è un portinaio che lavora nel palazzo di fronte e che ha pudore a parcheggiarla a fianco al suo portone, perchè devono averlo sgridato. Così lascia la sua moto di fronte. Il marciapiede è pieno di segni che il cavalletto centrale della BMW ha fatto durante i caldi mesi estivi quando l’asfalto si scioglie sotto i raggi del sole di Milano. Quei mille piccoli segni, di inverno diventano altrettante piscinette di acqua piovana o ricettacolo per le foglioline della siepe adiacente al marciapiede, e in definitiva contraddistinguono il posto dell’R45. Da quasi vent’anni, quello è il posto di quella vecchia moto.

Lui è un signore oltre i cinquanta, riservato, silenzioso, grande e grosso e infatti Fiammetta lo chiama “il portinaione”. Non credo sia un motociclista di lungo raggio, perchè sulla sua BMW campeggiano (ahimè) una copertina per le gambe, un enorme bauletto degli anni ottanta e le gomme sono piuttosto lise.

A quanto vedo, mi sembra piuttosto uno che usa la sua moto quotidianamente, per fare il tragitto casa-lavoro e la tratta come un vero animale da lavoro, utile e serio, e per questo lo rispetto (lui e la moto).

 

Come tutti i portinai, si è attribuito un ruolo di controllo pubblico che consiste nello stare ore sul suo portone con le braccia conserte a guardare il passaggio. Secondo Fiammetta, se ne sta lì a rimirare la sua amata moto, ma in effetti chi lo sa?

Il portinaione è uno dei tanti personaggi delle nostre mattine e con lui anche la sua motina bianca.

Una sera tornando a casa, vedo una macchina dei carabinieri con i lampeggiatori accesi proprio su quell’angolo e il “portinaione” che parla concitato. Poco dopo, lo vedo andare via, a piedi e con il casco sottobraccio. L’aria non troppo felice.

Dal mattino successivo, io e Fiammetta non vediamo più la moto.

A dire la verità, non vediamo neanche più il portinaio, quindi pensiamo che sia in vacanza o a casa con l’influenza. Ma io inizio a capire.

Passano i giorni e questa mattina lo rivediamo.

Se ne sta lì sul portone a braccia conserte, nel suo posizionamento abituale. Ma la moto non c’è più.

Come ogni portinaio che si rispetti guarda sempre il passaggio, facendo qualche cenno di saluto e abbozzando qualche sorriso, ma il suo sguardo torna sempre nello stesso posto, sul marciapiede di fronte dove parcheggiava la sua moto e che però adesso è vuoto.

Per terra ci sono solo i segni del cavalletto centrale della BMW R45 bianca.

I GRANDI VIAGGIATORI IN MOTO

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Ogni volta che mi capita di vedere notizie sul web che riguardano grandi viaggi in moto, ne sono affascinato.
Quando intendo Grandi Viaggi, mi riferisco a imprese come quella sullo stile di Giorgio Bettinelli, il vespista, o di Ted Simon, il triumphista, o le due ragazze di Rugged Road che hanno attraversato l’intera africa negli anni 30 con una Panther 600 con sidecar e un carretto attaccato dietro.
Ma anche non così eroiche: ai tanti “anni sabbatici” di giovanotti tedeschi, svedesi o olandesi che hanno girato il modo su vecchie Honda o Suzuki DR, mettendoci uno o due anni.
Queste sono le imprese a cui mi riferisco: viaggi itineranti che durano mesi se non anni.
Viaggi che hanno lo scopo di crescere interiormente, di imparare e conoscere i popoli e immergersi realmente nell regioni che si attraversano. Viaggi che servono a fermarsi, a capire, a cercare di diventare nero in africa, giallo in asia, indio in sudamerica.
Purtroppo, viaggi diversi dai miei, che sono un povero “overlander”, che viaggia con la spada di damocle del tempo, delle tappe e dell’orologio.
Quanto ammiro e quanto apprezzo quelle persone. Sono pellegrini, viaggiatori, esploratori dell’anima, prima che del mondo.
Quando leggo di queste persone, la prima cose che mi colpisce, sono le moto che vengono usate.
Di solito sono enduro affidabili e con ampia capacità di carico. La descrizione della moto e delle sue caratteristiche, di solito è meticolosa e precisa ed è giusto: caspita, è lei che li porta in giro per il mondo, quindi attenzione a fare la scelta giusta. Tutti sono interessati a come è andata, come si è comportata E come potrei non essere d’accordo.
Ma poi dopo anni di viaggi e di riflessioni sono giunto a una conclusione: la moto per fare un viaggio come quelli, NON CONTA quasi nulla.
NON Contano i pneumatici, NON contano gli ammortizzatori, Non conta in definitiva neanche l’affidabilità e forse la cosa che CONTA MENO DI TUTTE è la potenza della nostra motoretta.
Perchè?
Pensiamoci un po’.
La velocità media, la tappa media, sono irrilevanti: sono viaggi fatti di soste, non di “tirate”, la moto resta ferma per giorni, settimane, mesi, mentre si “vivono” i luoghi. Provate a leggere un libro di queste persone. La moto è davvero solo un mezzo.
A cosa serve una moto supertecnica se lo scopo è quello di viaggiare “per potersi fermare”, se il fine è quello di attraversare un luogo per poterlo capire e conoscerne la popolazione per portare a casa un pezzo della loro essenza.
E allora, forse l’unica cosa che conta è la capacità di carico (anche se poi ci si compra ciò che serve in loco. Cosa serve ricordarsi le mutande se devo stare in giro per due anni?
Certo, restiamo orgogliosamente motociclisti: solo la moto è un mezzo che ci fa spostare in un CERTO MODO, aperti, immersi nel profumo del mondo, sensibili alle temperature, fisicamente frangibili e empatici con il viandante che incontriamo per caso, fermo sul ciglio della strada che veste un sari, un poncho, un giaccone di renna o una maglietta.
La moto serve a non chiuderci dentro una macchina, o un autobus o un treno che si ferma dove vuole lui. La moto ci consente di cambiare strada, di fermarci all’improvviso, di svoltare su una mulattiera e di infilarci in un fienile a dormire.
E rimanerci una settimana, o un mese o qualche giorno o qualche ora, intanto che smette di piovere.
E allora, ragazzi, cosa conta la “potenza” della moto, quando la lunga strada, in realtà non è mai lunga, ma inframmezzata da soste che “sono” la vera realtà del viaggio, cosa conta l’affidabilità, se in ogni città potrò prendermi il tempo di fare qualche piccola o grande riparazione e già che ci sono, conoscere il meccanico che la aggiusta e magari accettare la sua ospitalità, diventarne amico. E cosa contano le “caratteristiche tecniche della moto per fare enduro o vattelapesca”, e ancor meno “i pneumatici”, se ogni villaggio può essere la mia meta finale, per un giorno o due o solo fino a quando finisce quella sagra o quella fiera inaspettata, e scoperta per caso.
Il tempo e l’apertura mentale al viaggio, sono inversamente proporzionali alle caratteristiche “tecniche” della nostra moto.
Lei ci porterà “comunque” dove vogliamo e la ameremo anche se è una povera vespa con ruotine ridicole, o una Triumph tiger 500 cc degli anni 70, o una improbabile Norton come la poderosa del Che Guevara.

BMW R1200GS: un gigante che si prende cura di te

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Ho provato la nuova BMW R1200GS.

Una moto che ha migliorato ciò che sembrava già perfetto: in particolare la parte elettronica di supporto alla guida e al controllo.  La maggiore novità riguarda il BMW Motorrad Sensor Box, cioè una piattaforma inerziale.

Si tratta di un componente elettronico costituito da un processore, da due giroscopi ed un accelerometro. La piattaforma inerziale è in grado di calcolare la posizione della moto senza l’ausilio di altri sensori esterni. Attraverso l’elaborazione dei dati provenienti dai sensori interni è possibile capire se la moto è in piega, in frenata o in fase di accelerazione. E’ possibile calcolare anche il grado di inclinazione e le forze applicate alla moto durante la guida. Tutte queste informazioni, che il Sensor Box mette a disposizione delle altre centraline della moto, permettono di adattare il comportamento dinamico del veicolo alle condizioni di guida e del fondo. Come è possibile? La risposta del motore e del comando gas vengono modulate a seguito dei dati inviati anche dalla piattaforma inerziale, come il comportamento del DTC (Dynamic Traction Control). Anche l’intervento dell’ABS è ottimizzato grazie all’ausilio della piattaforma inerziale, senza di essa inoltre il funzionamento dell’ABS Pro, che permette di frenare in piena sicurezza durante una curva, non sarebbe possibile. Su tutti i modelli BMW Motorrad dotati di sistema DDC o Dynamic ESA la piattaforma inerziale svolge inoltre un ruolo fondamentale per il corretto ed efficace funzionamento delle sospensioni attive. Una tecnologia nata dalle corse ed oggi applicata da BMW Motorrad su gran parte della propria gamma, che permette di avere moto più sicure e divertenti da guidare, in ogni situazione.

Per me , amante delle moto vecchie e totalmente prive di supporti elettronici, è stato un vero “colpo”, rendersi conto che a metà curva potevo frenare come un pazzo e ricevere una reazione dalla moto che equivale a un “no, caro roberto, qui stai facento un errore, ma rimedio io”.  Miracoli dell’ingegneria tedesca, per un risultato verso la sicurezza totale.

Una moto da provare e da scoprire, veramente adatta a tutti, sia per esperti ma anche per chi si avvicina alla moto ancora privo di grande esperienza: quindi cari scooteristi, non avete più scuse :-)

Soul food, incontro con Ted Simon

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Ogni tanto ci vuole qualcosa che ti spinga a sognare, che ti faccia sentire quella sensazione di leggerezza, coraggio e voglia di partire.

Ho avuto il piacere di intervistare Ted Simon, il grande moto-viaggiatore, che ha compiuto due giri del mondo, uno a 40 anni (nel 1973) e lo stesso, rifatto a sessantanove anni (nel 2001).  Una esperienza incredibile, che lo ha segnato per tutta la vita facendolo diventare uno scrittore oltre che un reporter internazionale.  Un Terzani su due ruote, come ce n’erano tanti negli anni 70, forse anche grazie alle maggiori possibilità economiche delle riviste e dei giornali, che finanziavano le loro imprese.

Ted ha usato due moto bellissime per i suoi viaggi, nel ’73 una Triumph Tiger 500 cc leggera e maneggevole, e nel 2001 una BMW R80 G/S con serbatoio maggiorato. Ted ci dice che  tra le due, ha preferito la Triumph per la maggior maneggevolezzza e la facilità di fare riparazioni.  Io penso che sia anche perchè era più giovane: l’avrei voluto vedere a 70 anni su una motina come quella ad attraversare deserti e altipiani.

Simon mi ha parlato di tantissime cose (l’intervista integrale uscirà a breve) ma mi ha colpito una cosa che sostengo sempre anch’io, quando diceva che sono gli inconvenienti che “fanno” il viaggio. All’inizio ci arrabbiamo, ce la prendiamo con il destino, con noi stessi e con la moto, ma poi quelle esperienze ci arricchiscono e sono quelle che ricordiamo con più piacere e affetto.

– E’ vero, una volta attraversando la Bolivia la moto ha fatto un gran rumore e si è fermata. Non c’era possibilità di aggiustarla, per lo meno lì, in mezzo all’altipiano. L’unica possibilità era un vecchio camion cisterna che mi ha rimorchiato per decine di chilometri su una strada sterrata, con una corda cortissima e pericolosa. Sono stato fermo per tre giorni in un paese sconosciuto, ma quell’esperienza, quella gente, mi ha dato moltissimo. Quei tre giorni non sono stati persi, ma guadagnati ed è stato lì che ho capito che “il viaggio sono i contrattempi”, non il raggiungimento della meta –

Grazie Ted!

Vedete quante cose si imparano da un guasto ad una piccola e vecchia moto?

Perchè tutte le moto hanno il cavalletto a sinistra?

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Una questione che solo uno come me poteva essere interessato a sviscerare, ma chissà, magari può interessare anche a qualche altro appassionato.

In realtà non c’è una risposta precisa e condivisa.  Ho cercato e chiesto ad amici, e tutti hanno la propria teoria. Molti si rifanno al tema del “cavallo” su cui si sale sempre da sinistra, per cui le moto, cavalli d’acciaio, sarebbero piegate a sinistra per agevolare la salita appunto, come per il cavallo.

Altri hanno ipotizzato il fatto che viaggiando a destra, il cavalletto a sinistra consentisse un migliore parcheggio a bordo strada, altri invece dicono che forse è perché le strade sono inclinate verso il ciglio per far defluire l’acqua piovana, dunque col cavalletto a destra si rovescerebbero, altri si incartano su tesi improbabili come questa:  “Secondo me, deriva dalla bici visto che le prime moto non erano altro che biciclette col motore. Sulle bici è a sinistra perché a destra c’è la corona. La corona è sulla destra perché la ruota libera del pignone è avvitata sul mozzo con filetto destrorso per cui pedalando la catena tende ad avvitarlo, se fosse a sinistra si sviterebbe subito. Poi per abitudine è rimasto a sinistra”.

Ma in realtà NEANCHE SU GOOGLE, c’è la soluzione al quesito, che in definitiva secondo me è questa: la gente è mediamente destra, quindi la pedivella di accensione è messa sempre sulla destra della moto.  A quel punto, il cavalletto laterale non può che stare sulla sinistra, per agevolare il kickstart con la gamba destra. Questa cosa, per convenzione, viene continuata anche oggi (anche se nessuna moto ha più il beneamato kickstart). Che dite, siete d’accordo con me? :-)

IL FILO INTERROTTO

IMG_5219Non so se a voi è mai capitato di avere un filo interrotto nella moto.
A me sì.
Da qualche giorno, l’R100/7 si accendeva solo se il manubrio era in una determinata posizione. Altrimenti schiacciando il pulsante dello start, il motorino non partiva.
A prima vista potevo pure tenermela così ma sapevo bene che non sarei mai riuscito ad accettare un problema del genere su una mia moto: dovevo aggiustarla.
E allora, via il serbatoio, via il fanale, ed ecco l’impianto elettrico fatto nel 1977, di fronte ai miei occhi.
Ci saranno stati un miliardo di fili: va be, forse meno, comunque il fascio di fili che usciva dal faro (dentro cui sta gran parte dell’impianto elettrico) e arrivava alla zona sotto il serbatoio, saranno stato una bella ventina.
E non vi dico gli arzigogolamenti di contatti e collegamenti che avevano.
Chiamo l’Eugenio al telefono che mi da una dritta su due cavi, “guarda il blu-giallo e il verde qualcosa e àrmati di santa pazienza, non c’è un modo veloce, devi provare provare e provare,….”
Ed è veramente un disastro, anche perchè il fili non sono lì belli a vista, sono chiusi nelle guaine, vecchie di 30 anni o più.
Insomma inizio a tagliare le guaine e i fili compaiono. Ma sembrano in ordine: non c’è la sperata “frattura” o “taglio” del filo. Niente. Accidenti . Tiro , mollo, e la moto un po’ va un po’ non va. Poi smette del tutto di accendersi, poi piegando il fascione di fili, riparte.
Mamma mia.
Un milione di volte ho pensato di farmi rimorchiare fin da Maggioni o Bonsignori, ma resisto.
Vado a rompere le scatole al nostro angelo custode Gipi. Lui, con una cortesia e una gentilezza che solo un gentiluomo del sud come lui poteva riservarmi, viene in Cleba e decide di partire dalle verifiche più basic, smontiamo il pulsante dello start, ma dopo un’ora di lavoro certosino (con sferette che saltavano e molle ribelli), vediamo che è tutto ok.
Ok, ci siamo tolti un dubbio: da quelle parti funziona tutto: resta solo …. tutto il resto della moto.
E’ tardi e vado a dormire e questa mattina, ritorno alla carica.
Che cavolo, devo capire.
Rimetto in posizione il manubrio, giro e brigo e la moto si accende. Giro il manubrio e si spegne. Bastarda.
Allora inizio a tirare i fili. Bianco, giallo, verde, marrone , blu, rosso, rosso giallo, blu verde, marrone giallo, bianco verde. aaahahahahahahahahahahah. Non capisco più nienteeee!!!
E poi finalmente ne trovo uno che se lo tocco, la moto si spegne.
Provo a verificare col tester, e il bastardo non conduce. lo smonto, riprovo col tester, e il bastardo davvero non conduce nonostante sia perfettamente integro.
Il bastardo è così vecchio che il rame non conduce più.
Càpita: la moto è del 77!
Allora ricostruisco con le linguette un nuovo cavo, lo inserisco e… la moto parte. Giro il manubrio dappertutto e la moto continua a partire! Ho risolto il problema!
Ce l’ho fatta, anche se adesso bisogna rimontare tutto, e senza guaine (che avevo tagliuzzato), il risultato, tutto fascettato e nastrato, non è il massimo dell’eleganza, ma vabbè.
La moto funziona e sono felice.
Un filo interrotto può darti qualcosa, in termini di autostima.
Chi ci ha avuto a che fare, lo sa…